Divieto cessione credito: perché è un'occasione persa

Colpite come lo sono oggi dal credit crunch, le PMI italiane vedono nello smobilizzo dei crediti commerciali un canale essenziale per la continuità del loro flusso di cassa, anche tenendo conto dei ritardi dei tempi di pagamento a cui devono far fronte, ben maggiori della media europea di 50 giorni. Che si tratti di una modalità di finanziamento destinata a essere sempre più fondamentale per la tenuta dell'ecosistema imprenditoriale del Paese è evidente, ma esistono tuttora delle resistenze al suo utilizzo, tra cui il divieto di cessione credito che alcune aziende impongono nei contratti con i propri fornitori.   

 

I benefici della cessione del credito, anche per il debitore 

Digitale, innovativo, efficace, uno strumento come l'invoice trading è strettamente vincolato alla possibilità di cedere i crediti commerciali da parte delle imprese senza la quale non si può in alcun modo procedere. Tra tutte le opportunità di finanziamento oggi a disposizione delle PMI, dai Fondi garanzia MCC ai prestiti concessi per decreto a seguito della pandemia, la vendita fatture si distingue dalle altre soluzioni anche per l'assenza di controindicazioni connesse alla crescita del debito. Riuscendo a incassare in pochi giorni il 90% dell'importo della fattura ceduta e il restante 10% al saldo, una PMI migliora sia il proprio capitale circolante che i rating bancari senza intaccare la capacità di credito né sua né del debitore perché questo tipo di operatività non è soggetta alla segnalazione alla Centrale Rischi. Consapevoli dei vantaggi anche lato ceduto, alcune aziende hanno concesso una deroga sulle clausole di divieto cessione crediti nei loro contratti di fornitura ma nella maggior parte dei casi esse permangono, bloccando un circolo virtuoso di finanziamento che porterebbe vantaggi all'intera economia 

 

I motivi del divieto cessione credito 

Al di là dell'incedibilità oggettiva dei crediti che sopraggiunge quando sono personali, oppure vantati verso lo Stato e la PA(anche in questo caso tuttavia derogabili) oppure ancora per stipendi, pensioni o salari dei dipendenti di Pubbliche Amministrazioni, ci sono casi in cui vige il divieto cessione crediti semplicemente perché inserito negli accordi di natura commerciale tra debitore e fornitore. Perché questa clausola? Imposta dall'azienda debitrice, essa può nascondere alcune ragioni sulle quali oggi, in un panorama di credito per le imprese fluido e in continua evoluzione, varrebbe la pena di soffermarsi. 

Molte società dimensionate e strutturate, corporate o a partecipazione pubblica, spesso pongono il vincolo di incedibilità per abitudine, anche ritenendo più agevole gestire i pagamenti col proprio fornitore mantenendo così un rapporto diretto. Dietro al divieto cessione credito può anche esserci il timore di incorrere in complicazioni di tipo amministrativo perché se venisse venduto ogni volta ad un soggetto cessionario differente le anagrafiche dei pagamenti sarebbero da aggiornare di continuo con un conseguente appesantimento dell'attività di ufficio. Ci sono dei casi in cui le aziende debitrici si aprono alla cessione del credito ma con un “ma”, precisando la natura dei soggetti coinvolti: solo banche e intermediari finanziari autorizzati. 

  

Perché cambiare idea sul divieto cessione credito 

Un “no” risoluto a tutti gli altri soggetti che offrono la possibilità alle PMI italiane di vendere le proprie fatture per evitare una crisi di liquidità è alquanto limitante e forse vale la pena di fare dei distinguo tra gli attori del mondo finanziario e fintech a cui il divieto cessione credito “blocca la strada”. Nel panorama odierno ce ne sono alcuni che ad esempio coinvolgono come cessionari solo soggetti istituzionali che operano o attraverso fondi vigilati da Banca d'Italia e Consob oppure attraverso SPV (società di cartolarizazione ex L. 130), a loro volta controllati da Master Services regolarmente iscritti e vigilati. 

In questo caso, oltre ad una certa sicurezza sulla serietà del loro operato, visto il grado di vigilanza a cui sono sottoposti, si hanno anche altre “rassicurazioni” che potrebbero far fare retromarcia ai debitori che hanno imposto il divieto cessione credito. Prima di tutto quella riguardante la certezza che il cessionario non vada a frapporsi nei rapporti tra cedente e debitore garantendo quindi il mantenimento dell'elasticità dei loro rapporti e la conseguente fluidità nella gestione delle fatture che resta immutata. Quanto alla preoccupazione legata all'appesantimento amministrativo per un eventuale continuo cambio di soggetto che acquista il credito, nel caso di piattaforme di vendita fatture che lavorano con operatori istituzionali si può contare su una certa continuità. Il cessionario nel 99% dei casi finisce per essere sempre lo stesso perché avviene una sorta di fidelizzazione dei fornitori e l'aggiornamento delle anagrafiche di saldo fatture si ridurrebbe ad una semplice sostituzione una tantum. Maggiori scocciature e non solo amministrative potrebbero sopraggiungere a seguito di un continuo cambio di fornitore “causa fallimento” che è quello che si vuole andare ad evitare che accada togliendo le clausole di divieto cessione credito e permettendo alle aziende di finanziare il proprio flusso di cassa in modo continuo e virtuoso ottimizzando in tal modo la fidelizzazione dei propri fornitori. 

Non ultimo il vantaggio per il debitore del non appesantimento della propria PFN grazie all’assenza di segnalazione in Centrale Rischi. 

 

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